
Nel revisionismo linguistico cui siamo soggetti, da parte dei media, da un po’ di tempo a questa parte, sono distinguibili due differenti processi, l’uno l’opposto dell’altro, che comunque allo stesso modo conducono a un travisamento di quella che è la realtà. Questi due processi partono da un “qualcosa di cattivo” (o che comunque il pubblico lettore o ascoltatore recepirebbe come cattivo, nel caso le cose fossero raccontate a dovere), che attraverso acrobazie varie, con l’ausilio della parola, di alcune parole capaci di fare presa, trasformano ciò che nella sostanza è cattivo in qualcosa che invece per i più è assimilabile come buono, o che comunque non è così cattivo come invece dovrebbe essere (1). Continue reading



